L’amore al Juke Box

Tre ragazzi immaginari che compiono 40 anni.

c40s.it

Il 7 luglio scorso The Cure hanno festeggiato 40 anni.

No, non c’ero.
Sì, avrei voluto esserci.
Ma la vita è fatta di tante rinunce e altrettante imbastite per superarle meglio. Come, per esempio, il fatto che “ba’, in fondo li ho già visti dal vivo 3 volte”, “tutto sommato non sono più quelli di una volta, già da qualche decennio”, “oramai mi pare di vedere zia Maria, altro che icona del romanticismo dark”.

Ovviamente sono tutte cazzate.

E sì perché io sono un tipo fedele e quando amo lo faccio senza stare a guardare troppo per il sottile e, purtroppo, per sempre. Sono capace di perdonare gravi scivoloni, anche interi album, se mi impegno abbastanza. Ma, per evitare che ci si faccia di me un’idea sbagliata, devo anche aggiungere che amo molto raramente.
Con i Cure, però, è stato amore. Subito, a prima nota.

Premi F05 sul Juke box.

Era il 1989 ed era d’estate. Quelle belle estati di una volta in cui si cominciava a uscire da soli, almeno fino al bar sotto casa, dove c’era il videogioco di Wonder Boy col suo skate, il biliardino, il flipper che andava sempre in tilt e il Juke box.
Che poi provate a spiegarglielo a un bambino di otto anni cos’è un Juke box: “Sì che lo so, è quella scatola che tu ci metti dentro un fermaglio e fa la musica”. Almeno è qualcosa di cui si ha ancora una opaca coscienza. Certo, manca tutto il corredo emozionale, l’entusiasmo di quel braccetto ferroso che va a pescare il disco selezionato, le luci che si accendono che al confronto a mezzogiorno in spiaggia fa meno caldo, scoprire dove è nascosta la manopola del volume dietro all’aggeggio rovente e le prime note della canzone che non era quasi mai quella che volevi, perché i tasti non sempre corrispondevano all’ordine di caricamento dei dischi. Ma questo era un ostacolo facile da superare per noi abitué del bar, che imparavamo a memoria la giusta combinazione.
Soprattutto quando, come me, già a quei tempi avevo dato al mondo ampie dimostrazioni di apertura verso il nuovo selezionando ogni sera, e almeno per quindici o sedici volte, in base alle finanze, solo una canzone: King Kong five per l’esattezza. Roba che già alla terza ripetizione, anche all’inventore dei Teletubbies sarebbe venuto un ictus. Ma non a me, che non mi curavo né delle suppliche degli altri avventori né di quelle dei miei amici.
Fino a quando un ragazzino coi capelli rossi e ricci, sporgendosi in direzione del muretto accanto al juke box su cui passavo le serate, mi lancia duecento lire e mi fa “Premi F05”.
In un attimo ho deciso che era arrivato il momento di riporre nel cuore i Mano Negra, dove ancora li conservo fra i ricordi d’infanzia, e fare un passo in direzione di quello che mi sembrava già un inevitabile vortice di struggimento e fascino.

Tutto sommato quella che ho con i Cure è la relazione più lunga che abbia mai avuto, neanche il mio migliore amico ha retto così tanto.
Buon Compleanno!

the cure
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