La vera storia di una donna che voleva solo divertirsi un po’.

I ponti di madison county.

Quando 25 anni fa è uscito il film “I ponti di Madison County”, con una Meryl Streep sexy come non è mai stata e un Clint Eastwood sexy come al solito, l’ansia, lo struggimento, l’insoddisfazione e l’inquietudine che prima erano sensazioni arrabbiate e disperate grazie al grunge, adesso avevano finalmente conosciuto la pace della resa. 

Il disincanto

Poi è successo che è arrivata l’età adulta e le favole hanno cominciato a farmi sorridere molto più che a farmi sognare. E la storia di Francesca, sedotta dal fotografo giramondo Robert Kincaid, che decide di non lasciare l’orticello di casa e un marito ottuso e i suoi due figli mi è parsa troppo carica di moralismi. Non è un caso che sia stata scritta da un uomo texano che per anni ha tradito la moglie con una collaboratrice che aveva assunto per aiutare la famiglia nella gestione del ranch. 
Uomo, texano, fedifrago. 
Come vuoi che potesse descrivere la donnina di campagna che cede al fascino del forestiero pieno di esperienza e libero dai legami? Era più che ovvio che fosse decisamente troppo di parte. 

E se le cose fossero andate così?

SOTTO I PONTI DI MADISON COUNTY  *REMASTERED

Con quella tacita autorizzazione, Robert tirò fuori il pacchetto di Camel e glielo tese. Lei prese una sigaretta, che il sudore di lui aveva leggermente inumidito. Lui le accostò lo Zippo d’oro, lei gli tenne ferma la mano, sentì la sua pelle sotto i polpastrelli, e infine si ritrasse. La sigaretta aveva un gusto meraviglioso. Sorrise.

«Che cosa fa esattamente… voglio dire nel campo della fotografia?»

Lui parlò con voce pacata, guardando la sigaretta. «Mi imbarco sulle Rompighiaccio e attraverso gli Oceani del Nord a torso nudo con questi addominali a farmi da scudo per catturare con il mio obiettivo gli effetti del surriscaldamento globale; cavalco con la sola forza dei mediali anteriori e senza sella gli indomiti purosangue delle praterie per imprigionare i raggi dei tramonti ai limiti degli orizzonti più selvaggi; frequento per interesse sociologico i bar malfamati di Caracas; alleno i glutei facendo appostamenti a caccia dei Cartelli della droga a El Paso; scrivo poesie guardando le Aurore Boreali e compongo dei blues per gli animali in via d’estinzione dell’Amazzonia. Praticamente sono il National Geographic in persona. Poi cucino che manco Cracco. Ho disceso il Lago Superiore scalzo e su una gamba sola e penso di tornare in inverno per vedere se i ghiacciai sono davvero così ghiacciati come dicono. E tu?»
Francesca non aveva previsto la domanda. Esitò un istante.
«Oh, Dio, niente di così interessante. Mi sono laureata in letteratura comparata. Ottenni l’abilitazione e per qualche anno insegnai inglese alle superiori. Ma a Richard non piaceva che lavorassi. Diceva che era perfettamente in grado di mantenerci e che non c’era alcuna necessità che continuassi, soprattutto considerando che i bambini stavano crescendo. Alla fine divenni una moglie di agricoltore a tempo pieno. Questo è tutto».

Si accorse che lui aveva bevuto quasi tutto il tè e gliene versò dell’altro.

«Ehi, piano, piano, siete di vescica forte da queste parti! Che occhi che hai, Francesca, sei felice?»

«Immagino che dovrei dire: “Certo. È tranquillo qui. E la gente è simpatica”. Ma…» esitò, tirò una boccata, guardò Robert Kincaid, che le sedeva di fronte e le disse: «Vuoi scopare?».

E allora Francesca gli sorrise. Per la prima volta gli rivolse un sorriso caldo e intenso. E l’istinto del giocatore ebbe il sopravvento. «Le andrebbe di fermarsi a cena? La mia famiglia non è qui e in casa non c’è molto, ma posso mettere insieme qualcosa».
«T’ho capito, ti piace giocare. E giochiamo! Se non ti disturba troppo, mi farebbe piacere restare»
«Le piacciono le braciole di maiale? Potrei prepararle con un po’ di verdura dell’orto»
«Vadano le braciole, ma la verdura lasciala stare nell’orto. Adesso, se non ti spiace vado a fare due gocce ché ‘sto tè m’ha stimolato».
Lei lo guardò varcare la porta della cucina, attraversare la veranda e scendere in cortile. Al piano di sopra Francesca fece un rapido bagno. Quando scese in cucina lui era di nuovo seduto al tavolo. Alzò gli occhi su di lei, di nuovo serio: «Vuoi scopare?». Francesca non disse nulla, ma ebbe un sorriso lieve, esitante, un po’ impacciato. Uno strano sconosciuto, fiori, profumo […]

«Dove alloggia? In città?»

«Non ho alloggio io. È la terra a prendersi cura di me la notte, con il suo manto caldo e ospitale. Sopra di me il cielo stellato illumina i miei sogni vagabondi»

«Già, non ci sono altri posti. Fatta eccezione per la casa della signora Carlson, affitta le stanze»

«Ah, vedi? Questo nella mia guida non c’era. C’hai il numero di questa brava donna?»

Lei allungò la mano per accendere la piccola radio. Lasciò basso il volume.
«Francè, li vedi ‘sti muscoli sulle braccia? Lo diresti che sono bravo a sbucciare le cipolle, a rendere inzuppose le cotenne di maiale più dure mejo de Banderas, e che sotto queste possenti dita le salsicce si aprono come fiori a Primavera»

«Benissimo. Lì c’è il tagliere, il coltello lo trova nel cassetto sotto. Suona la chitarra?»

«Sì, non te l’ho detto? Mi fa compagnia nelle lunghe notti solitarie sotto le stelle e accanto al fuoco. Mia moglie era una cantante folk. Ma non c’è più, è come se fosse morta»

«Ha più avuto sue notizie da allora?»
«No, se n’è andata con la White Falcon che si era fatta regalare un mese prima, sulla mia Audi e portandosi via il mio cuore che da allora non ha più battuto per nessuna altra donna. Ho paura di soffrire, Francè. Vuoi scopare?» […]

E giacque su di lei, totalmente e inalterabilmente completo nell’amore che provava. 

«E adesso che ne sarà di questo bellissimo essere che abbiamo creato? Di questo noi?»
«Non lo so» disse lei piano.

«Parlo io con tuo marito»

«Richard non capirebbe. Lui non ragiona in questi termini. Non capisce la magia, la passione. Non ha gli strumenti necessari»

«E che strumenti ha? La doppietta? La carabina? Il Cannemozze? Senza allusioni, eh? Sono serio»

«Non so neppure questo, Robert»

«Ma io ti amo e ti voglio, Francè. Le nostre anime s’appartengono e si penetrano. Io sono dentro te, tu sei dentro di me. Scusa, ma mi scrivo un attimo questa frase ché poi ci faccio un tatuaggio»

«Robert, mentre facevamo l’amore, stanotte, hai detto qualcosa…»

«Posso spiegarti, Samantha è il nome del mio gatto»

«Vedi, io ti amo così tanto che non posso limitarti. Sarebbe come uccidere il magnifico animale che sei»

«Ho capito, siamo alle solite»

«Non ho ancora finito. Se tu ora mi prendessi tra le braccia e mi trasportassi sul furgone, costringendomi a seguirti, non esprimerei la minima protesta. Ma tu sei troppo sensibile, troppo attento ai miei sentimenti. E io sento di avere delle responsabilità, qui»

«Posso scriverti almeno?»

«Certo. Mi inventerò qualcosa che spieghi perché ricevo posta da un fotografo hippie, a condizione che non capiti troppo spesso»

«Non esitare a chiamarmi se vorrai vedermi. Ovunque mi trovo io sarò accanto a te quando chiamerai. Ce l’hai il numero del giornale, vero? Non ho il cellulare ma ti lascio qui il mio biglietto da visita con la mia mail personale, l’indirizzo dello studio fotografico, il numero del mio agente e quello di mia madre. Francè, chiamami, anche a carico mio»

Francesca non disse niente. Lui ingranò la retromarcia, indugiò ancora con la mano sul cambio. Serio prima, poi con un sorriso ammiccante, indicò il viale. «La strada mi chiama, il mese prossimo sarò in missione per distruggere Isis. Una sveltina?». Lei non poteva parlare, ma fece un cenno di diniego con la testa. Lo vide annuire e fu certa che avesse capito.

 

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