Visto che Natale è fra più di un mese possiamo considerarla una festa ormai superata: smontiamo le luminarie appese fuori dai tabaccai, finiamo di comprare i panettoni già in offerta nei supermercati e infiocchettiamo gli ultimi pacchetti che Amazon, con il suo fottuto black friday che dura da lunedì 26 ottobre, ci ha consegnato con quel discreto anticipo necessario perché germi e batteri si disintegrino prima di essere esposti sotto l’alberello e andiamo avanti, diretti alla festa di San Valentino.
La storia che sto per raccontarvi, infatti, è una storia d’amore ma non quell’amore che va tutto bene, che vissero felici e contenti, che “ah quanto sei radiosa si vede che sei felice!” perché è vero che è per San Valentino, ma in fondo non siamo ancora a Natale ed è giusto conservare quella mestizia cara a Dickens e al palinsesto televisivo tipico di questo periodo pre-pre-festivo.

L’inquieto paraculo.

Fra i tanti paraculi della storia il mio preferito è senz’altro Søren Kierkegaard, per favore si pronuncia chirkegOrd (un saluto al professore Romano), che, senza l’ausilio di sostanze psicotrope e supportato solo dalla superstizione e dalla fede cieca verso il suo Dio vendicativo, si è rovinato la vita con le sue stesse mani.
Quando Søren incontra la sua Regine per le strade di Copenaghen lui ha 24 anni e lei 14.
Fu un colpo di fulmine.
E come non crederlo possibile?
Il nostro può fare leva su parecchi punti a suo favore: quel fascino freddo e dolce come l’uvetta tipico di ogni danese, quegli occhioni azzurri e profondi, la stempiatura alta che dicono sia il segno distintivo di una intelligenza viva – se non credete chiedete a uno stempiato! – e quella gobba propria dei poeti che aveva sdoganato Leopardi qualche anno prima, quando la patria del fashion mondiale non era Paris ma Recanati.

Di lui si sanno due cose: che è un po’ sfigato, che è molto ironico.

L’ironia è rimasta impressa nelle lettere che mandava al fratello e nelle quali parlava male dei filosofi suoi contemporanei. La sfiga, invece, è nella sua storia personale a cominciare dal fatto che lui fu l’ultimo di sette fratelli, cinque dei quali morirono prima che avesse compiuto vent’anni. L’altro sopravvissuto fece poi carriera nel clero ma non divenne famoso come il nostro che scriveva nel suo Diario:

Io non volevo diventare famoso,
non era questo il mio obiettivo.
Volevo fare qualcosa che avesse un senso.

Era convinto di essere un maledetto, che non è la prima cosa che pensi quando davanti a te tutti i tuoi fratelli stanno cadendo come pezzetti di un domino che si ferma quasi quando è il tuo turno. Eppure, a guidare l’interpretazione della vita, c’erano le sapienti spiegazioni del padre che, col rosario nella mano sinistra, la candela a destra, gli occhi ipertiroidei che lo fanno sembrare la madre di Carrie nell’omonimo film e il cilicio indossato al posto della biancheria intima scolpivano nella mente di Søren l’idea sempre più convincente che tocca ai figli pagare le colpe dei padri. E adesso ve le dico quali erano le colpe del padre: aver bestemmiato una volta quando era un bambino di undici anni e aver sedotto e poi sposato la domestica di casa, la mamma del filosofo, solo dopo un mese che la prima moglie era morta.
Roba che al confronto col padre di Kierkegaard Giovanardi è una rockstar!
Be’, comunque la manipolazione paranoica paterna era riuscita così bene che dopo aver chiesto ufficialmente la mano al padre della sua Regine Olsen, fidanzata storica e unica del giovane Søren, la lasciò definitivamente senza manco spiegarle il perché. Come se lei non avesse potuto capire un “Oh, Regì, scollate ché porto sfiga”.

La nascita del mito.

La leggenda descrive Søren Kierkegaard come un inquieto e tormentato ragazzo, vittima di un genitore schizzato e superstizioso.
Poesse.
Sarà stato per via dell’inquietudine che quando era fidanzato e studiava lontano dalla città in cui viveva la sua Reginella lui le scriveva lettere amorose intrise di veleno in cui le faceva credere di averla tradita, di esserle infedele; sicuramente sarà stato per via della sua sofferenza che una volta invitò la fidanzata a una gita in carrozza salvo farla ritrovare a piedi in aperta campagna, dopo aver mandato via carrozza e cocchiere, per abituarla a una vita di privazioni e all’idea che la felicità è fugace.
Certo, mica possiamo pensare che fosse uno stronzo sadico, che banalità liquidarlo così!

Lei poi sposò il suo precettore, che in confronto a Kierkegaard era un toy boy, e lui, il nostro inquieto filosofo, continuò ad amarla per tutta la vita tanto che lasciò a lei tutta la sua eredità come fosse stata la moglie. Un giorno si incontrarono per caso, lei gli disse di averlo perdonato e di portarlo sempre nel cuore. Lui morì sei mesi dopo quell’incontro, per una caduta che gli provocò un’emorragia cerebrale.
E questo a riprova del fatto che se state pensando che sia Dio a essere vendicativo è perché non conoscete quanto può fare la benedizione di una ex fidanzata che è stata maltrattata.

Buon San Valentino e Felice Anno Nuovo.

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