IL PROTAGONISTA

Quando il tuo “lui” è già il “lui” di sé stesso.

sfortunati-incontri

UNA RAPIDA PRESENTAZIONE.

Quarantuno anni, single da due, tendenzialmente felice, indipendente ma con buone intenzioni verso la condivisione, esigente. E sull’ultima non transigo altrimenti, immagino, non starei a far numero fra gli spaiati; e magari mi sarei accontentata anche del primo che ho conosciuto in questi ultimi ventiquattro mesi. No, aspetta, del primo no ma forse del secondo, oddio no anche quello era un fenomeno e il terzo non ne parliamo proprio. Restiamo sull’esigente e lasciami raccontare della mia serie di sfortunati incontri così che tu, avvistando qualcuno di questi segnali, non perda troppo tempo appresso al caso umano.

Non sono quel genere di persona nostalgica che vive il presente disgustandosene ogni volta che se ne presenta l’occasione. Amo il progresso, amo la tecnologia e penso che i cambiamenti non siano “buoni” o “cattivi” ma semplicemente siano. Per questo non mi sentirai mai parlare male di internet che io uso per fare shopping, per informarmi, per trovare la strada verso delle destinazioni che non conosco, per trovare delle destinazioni che non conosco, per aggiungere qualche ricetta al mio repertorio ai fornelli, per farmi venire qualche curiosità o per soddisfarla, per far parte di gruppi di discussione e anche per fare amicizia. Potrei dire che internet, in fondo, è una App della mia vita, uno strumento in più che ho dovuto imparare a usare, a volte anche sbagliando clamorosamente, prima di scoprire che non tutto quello che tiro fuori dall’Hard-disk è indispensabile, certe cose è meglio lasciarle là dentro. Come quella volta che fra i miei sfortunati incontri si è  aggiunto anche lui:

IL PROTAGONISTA

Per qualche tempo ho frequentato un gruppo social sulle serie Tv, in cui non si fa altro che scambiarsi opinioni sulle serie del momento e si condividono meme dei personaggi preferiti; un ambiente molto diverso dai gruppi social sulla letteratura dove l’ansia di primeggiare la fa da padrona e allora si sente la necessità di dimostrare che si è letto tutto dei classici latini, greci e mesopotamici in lingua originale, anche se il topic del gruppo è la “letteratura contemporanea dell’America Latina”.

Nel gruppo che frequentavo sulle serie Tv, il massimo della conversazione era: “Che ne pensate dell’ultima uscita di Netflix?”, risposta: “‘Na cagata!”. Fine della storia.
Nel gruppo di letteratura non potevi cavartela così infatti, anche se lo scopo principale era la critica tranciante verso la qualunque, non potevi mica limitarti all’impulso fisico, dovevi perlomeno spiegare le contraddizioni, i plagi, la mancata struttura psicologica dei personaggi e persino la scarsa traduzione dall’originale prima di arrivare a concludere che anche in quel caso ci si trovava davanti a “‘Na cagata!”.
Insomma nel gruppo sulle serie, si era tutti molto più rilassati e senz’altro non saresti stato sbattuto fuori se avessi sbagliato qualche congiuntivo, anche se lo spoiler poteva costarti l’invisibilità per qualche giorno.

PRIMA STAGIONE: IL REGALO DEL DESTINO

Dopo vent’anni dall’uscita della prima stagione, era stato ufficialmente annunciato il seguito di una serie horror che io avevo amato tantissimo; nel gruppo ci trovavamo equamente divisi fra:

  • chi se ne fregava altamente,
  • chi si lanciava in profetici “non sarà mai bella come la prima stagione”,
  • chi, come me, contava i minuti di questo insperato ritorno.

Un paio di mesi prima della fatidica data, era venuto fuori che uno degli entusiasti gestiva un locale a san lorenzo e che, per l’occasione avrebbe messo a disposizione il posto per una maratona di tutte e quattro le puntate in programma. Davanti alla possibilità di un incontro dal vivo l’equa divisione subì un cambiamento rapidissimo in favore degli entusiasti: in poche parole gli scettici si erano disintegrati diventando un ricordo ancora più sbiadito di quello lasciato alla Storia dall’Italia-dei-Valori di Di Pietro.

Nel gruppo era nato l’evento.
All’interno della pagina dell’evento ho notato Claudio, avvocato, amante del nuoto e appassionato di vecchia data della serie in questione, come me. Era lui il più attivo nel postare, nel commentare, nel ricordare. Poi mi scrive in chat e mi chiede se ci sarò anche io alla maratona. Immagino che l’avesse chiesto a tutti quelli che avevano aderito per evitare di arrivare lì e non trovarci nessuno, così gli rispondo di sì senza alcuna malizia. Lui mi risponde che è contento, me lo dice proprio così: “è contento!”, io ricambio con un sorriso.

SECONDA STAGIONE: IL SOTTILE

Nei quindici giorni precedenti all’evento io e Claudio chattiamo tantissimo, al punto che il debutto della seconda stagione è andato in secondo piano davanti alla curiosità di conoscerci dal vivo. Abbiamo scoperto di avere delle conoscenze comuni e di aver frequentato la stessa scuola ma in periodi diversi. Non è uno che usa attivamente il suo profilo, ma partecipa molto alle discussioni nel gruppo e non l’ho mai visto litigare con nessuno né scrivere qualcosa di offensivo o da farmi rabbrividire.
E che altro volevo di più?
Solo ogni tanto non riuscivo a seguirlo, perché passava dalla prima alla terza persona e mi perdevo nel discorso. Ma uno a lavoro non è che può curare più di tanto il modo di esprimersi e forse è anche per essere più comprensibile che mentre mi raccontava di quanto è bella la Grecia aggiungeva: “A Claudio piace tanto stare in vacanza” oppure “Claudio ama nuotare” quando mi raccontava della sua passione per il nuoto agonistico. E io non mi sentivo di correggerlo e allora non mi mettevo a guardare troppo per il sottile.
E questo è un errore: è il sottile che fa luce fra le pieghe di tutte le apparenze.

CAPITOLO FINALE: QUANDO MI ACCORGO CHE SONO UNA STRONZA

La sera della maratona eravamo presenti tutti, che poi si trattava di una ventina di persone. La cosa strana era che ci conoscevamo tutti nonostante non ci fossimo mai visti, così non c’è stato imbarazzo e in breve ho avuto l’impressione di ritrovarmi con dei vecchi amici. Anche riconoscere Claudio è stato facile, stava tenendo banco in un tavolo di dieci persone. Mi saluta con la mano e mi viene incontro “Che gioia vederti, finalmente. La cosa più bella che sia successa a Claudio fino ad ora”.
Era molto carino quello che mi aveva detto, eppure c’era qualcosa in quel suo modo plateale di gesticolare, in quel suo guardare oltre me e nell’uso smodato che faceva della terza persona che mi ha irrigidito. Prima che iniziasse la proiezione mi è stato subito chiaro che gli piacevo, mi si è incollato per tutta la sera, faceva battute sugli altri cercando di creare con me della complicità e però lo faceva sempre in quell’assurdo modo: guardando oltre, mettendomi sempre a disposizione il suo profilo migliore e gesticolando come fosse sul palco di un teatro elisabettiano. E poi quel “Claudio è” e quel “Claudio ha” mi aveva sfiancata, mi si era attorcigliato il cervello cercando di capire ogni volta di chi stesse parlando, quando parlava di sé.
Giuro che volevo essere gentile, il mio piano era quello di prenderci un po’ di confidenza e poi, con calma, insegnargli l’uso della prima persona singolare. Magari dopo qualche mese di frequentazione, non avrei mai voluto che finisse come invece è finita.
Alla fine della serata, io ero felice perché le mie aspettative non erano state tradite, perché avevo conosciuto gente simpatica, perché c’era quest’avvocato che mi piaceva molto e a cui piacevo molto e perché avevo anche bevuto un paio di birre che mi davano una simpatica sensazione di leggerezza. E per gli stessi motivi ero anche stanca, in fondo conoscere persone significa offrire solo il meglio di sé, all’inizio, e questo è spossante; così come resistere senza addormentarsi mai, neanche nei momenti più lenti, davanti a un’intera serie televisiva anche se è solo di quattro puntate.

CREDITS: STANCHEZZA, ANSIA DA PRESTAZIONE E DUE BIRRE

Vorrei giustificarmi così perché in condizioni di maggior lucidità non avrei mai chiesto, a uno che stava con gli occhi spalancati per la felicità a raccontarmi in terza persona quanto gli fosse piaciuta la serie, la serata e l’incontro con me: di chi cazzo stesse parlando. Credo anche di aver detto “cazzo” per spossamento e perché avevo faticato molto a seguire i suoi discorsi tutta la sera, non perché volessi umiliarlo.
Ovviamente lui si sentì umiliato e capii che i miei piani di insegnargli a usare la prima persona non avevano più alcun senso quando mi disse: “Claudio mai avrebbe immaginato di incontrare una ragazza perfetta e così stronza, a questo punto non gli resta che salutarla”. Capii che si riferiva a noi solo perché mi girò le spalle e se ne andò dicendomi “ciao”.

 

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