Lo Sporco

L’incontro con il più mitologico dei casi umani.

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UNA RAPIDA PRESENTAZIONE.

Quarantuno anni, single da due, tendenzialmente felice, indipendente ma con buone intenzione verso la condivisione, esigente. E sull’ultima non transigo altrimenti, immagino, che non starei a far numero fra gli spaiati. E magari mi sarei accontentata anche del primo che ho conosciuto in questi ultimi ventiquattro mesi. No, aspetta, del primo no ma forse del secondo, oddio no anche quello era un fenomeno e il terzo non ne parliamo proprio. Restiamo sull’esigente e lasciami raccontare della mia serie di sfortunati incontri così che tu, avvistando qualcuno di questi segnali, non perda troppo tempo appresso al caso umano.

Non sono un’ingenuotta, lo so bene che al peggio non c’è mai fine; ma quando lo dicevo non avevo ancora idea di quanto fetida fosse questa “fine”, fino a quando non mi ci sono scontrata. Questa è la storia dell’incontro con il più mitologico dei miei sfortunati incontri.

Lo sporco

Mia madre è una pittrice e mio padre ama trafficare con i motori perciò non storco il naso davanti a mani con segni evidenti di lavoro manuale, e quando ho incontrato il personaggio in questione non ho dato peso a quei piccoli indizi, dietro le unghie della mano, che mi avrebbero dovuto mettere in guardia nel momento stesso in cui aveva ammesso che di motori, catene di biciclette, pitture a olio e altre sostanze catramose utili per il bricolage non se ne intendeva affatto. Ma ero stata distratta dalla situazione, da quell’incontro così romantico e casuale, che tutto il resto volevo non vederlo.

L’incontro.

Se c’è una cosa che ho sempre fatto volentieri da sola, è andare al cinema. Mi piace starmene in silenzio a godermi il film e soprattutto mi piace andare a vedere quello che mi pare senza aspettare che a qualcun altro venga voglia. Nella mia città c’è un cinema in cui è ancora consentito fumare e vengono proiettati film vecchissimi che hanno fatto la storia. È pure uno dei miei posti preferiti, anche se non fumo, perché mi fa sentire come se io stessa fossi dentro a una di quelle belle storie francesi in cui la protagonista cammina in precario equilibrio fra un’ossessività latente e un’ingenuità inquietante. E insomma me ne sto lì a gustarmi “Il grande Sonno” da dietro una nuvola di nicotina che colora la pellicola di azzurrino, e qualcuno comincia a tirare su col naso fino a quando non compaiono i titoli di coda. La saletta del cinema è molto piccola e a rivedere i vecchi film non c’è certo la folla che puoi immaginarti a una prima, saremmo stati cinque in tutto, quel pomeriggio. Chiunque si ritrovi in una sala del genere c’è arrivato solo per amore del film e della tranquillità: un rumore di qualunque tipo è molto più di una distrazione, è come avere il singhiozzo al cuore, un fastidio intollerabile che diventa molto più grave quando il rumore è anche sgradevole.
Si accendono le luci e a tirare su col naso è un adulto non ancora vecchio che sta seduto vicino all’uscita. Gli passo accanto e lo sento che sta chiedendo scusa a tutti quelli che escono.

È ovvio che mi intenerisco.

«Scusa» fa anche a me.
«Non c’è problema, questo film lo conosco a memoria» dico.
Mi sorride e mi spiega che è allergico al fumo, ma non voleva dire al vecchietto col sigaro di spegnere quel fumogeno.
«Certo che un amante di Bogart allergico al fumo lo dovevo ancora incontrare» commento con un’allegria inspiegabile visto che per quasi 120 minuti ho desiderato di ucciderlo, ma ancora non sapevo che quel rumore molesto era l’effetto di un atto di gentilezza.
Ride anche lui e si alza per uscire, si passa la manica della camicia sotto il naso che continua a colargli e mi chiede se può offrirmi un caffè come risarcimento. Lo chiede anche all’ultima coppia che è rimasta ancora dentro ma che, essendo già accoppiata, declina.
«Ok» dico spiazzata dalla prontezza, nel concludere l’approccio, di questo tipo che ha tutta l’aria di non essere uno pratico di rapporti con l’altro sesso. Me ne accorgo perché è parecchio trasandato, non tirato a lucido come un playboy, però è così gentile e ha quell’aria da cerbiatto spaurito e quegli occhi così neri che al diavolo tutto il resto!

Un caffè lungo 5 giorni.

Lui è piacevole, svelto con il senso dell’umorismo e appassionato di film in bianco e nero e di serie Tv. In pratica sembra perfetto e infatti per cinque giorni mi sembra di camminare su una nuvola soffice e candida, anche se di bianco non c’è traccia.
Mai.
Su nessuna cosa che lo riguarda.
Continuo a non voler vedere che dietro a quella trasandatezza ci sono aloni, odori troppo forti anche se è inverno, e riconosco la macchia di pomodoro della pizza che abbiamo mangiato due giorni fa e che s’è impressa sulla gamba destra di quell’unico paio di jeans che sembra avere.
Be’ ma essere trasandati non è mica una colpa, è più una disattenzione.
Succede.
Succede eccome, e neanche te ne accorgi.
Succede a tutti. Mi ripetevo.
Succede e anche spesso.
Almeno più spesso di quanto si creda.
E poi io mi divertivo tantissimo con lui che mi prendeva la mano quando meno me lo aspettavo e allora non era giusto provare disgusto al pensiero di quelle unghie così nere.
Aveva un modo di fare che riempiva il cuore e le giornate. Era un antidoto allegro a tutte le brutture che mi pareva di accumulare in quella parentesi che è la vita vera, quella del lavoro e delle altre cose così lontane dal suo sorriso.
Giallo.
Il giallo sorriso, di denti perfetti e gialli.
Ma chi se ne frega!

È finita perché sono andata a casa sua.

Non c’erano altri difetti se non quella trascuratezza nell’igiene personale e nelle sue cose. Ancora adesso penso che se non avessi visto il modo in cui viveva forse staremmo ancora insieme e magari sarei riuscita a fargli usare il sapone, prima o poi. E anche il dentifricio e la lavatrice. Ce l’avrei fatta a redimerlo. Però nel frattempo ho visto casa sua.
Appiccicume ovunque, qualunque mobile toccassi era come se mi restasse attaccato al palmo. Forse sarei riuscita a sollevare la credenza, tanta era l’aderenza che questa esercitava sotto la mia mano. E resti di cibo nel lavandino, spazzatura che stava in balcone da giorni e una puzza che per un attimo ho pensato avesse ucciso qualcuno e si fosse dimenticato di congelarlo, e così quel cadavere marcio chissà dove stava.
Quando m’ha chiesto se poteva offrirmi qualcosa, il mio istinto di autoconservazione ha risposto al posto mio: «Acqua» ha detto per me.
«Semplice, ti prendo un bicchiere». E mentre allunga il braccio per afferrare il bicchiere, che probabilmente gli sarebbe rimasto in mano anche se avesse tenuto le dita aperte, io mi avvicino al rubinetto e bevo così, come un cavallo, reggendomi la coda dei capelli.
Lì ho capito che qualcosa non andava, che non avrei retto.

Il limite.

Ero andata a casa sua per vedere insieme un documentario su Brian De Palma ma fra il divano che faceva venire il prurito, «Sono gli acari» mi spiegava, e quella macchia di pelle scura che gli usciva da sotto il collo del maglione, io non ce l’ho fatta a vedere neanche i primi dieci minuti. Sono andata in bagno, dove il lercio fra le mattonelle era la cosa meno evidente, e ho cominciato a piangere. Lui deve aver sentito, perché dopo un po’ è venuto a bussare chiedendo se andava tutto bene. Ho aperto la porta e ho detto che dovevo andare via. Di corsa e senza sapere cosa dire.

Accidenti a lui!

Lui mi ha chiamato per una settimana di fila e io non gli ho mai risposto. Ero arrabbiata perché era uno zozzone nonostante fosse perfetto. In fondo era molto più difficile coltivare delle belle passioni come quelle che aveva, che farsi la doccia almeno ogni due giorni. Che ci vuole a lavarsi? Anche gli animali lo fanno. Accidenti a lui!
Sono stata arrabbiata così per un mese intero, poi mi sono distratta.

EVITA FIGURACCE:
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