Il Riservato.

L’incontro che ho capito di meno.

UNA RAPIDA PRESENTAZIONE.

Quarantuno anni, single da due, tendenzialmente felice, indipendente ma con buone intenzione verso la condivisione, esigente. E sull’ultima non transigo altrimenti, immagino che non starei a far numero fra gli spaiati. E magari mi sarei accontentata anche del primo che ho conosciuto in questi ultimi ventiquattro mesi. No, aspetta, del primo no ma forse del secondo, oddio no anche quello era un fenomeno e il terzo non ne parliamo proprio. Restiamo sull’esigente e lasciami raccontare della mia serie di sfortunati incontri così che tu, avvistando qualcuno di questi segnali, non perda troppo tempo appresso al caso umano.

Mi ero abbondantemente ripresa dall’ultimo incontro e mi stavo proprio ripromettendo di dare più peso ai piccoli dettagli, quando sulla mia strada inciampa lui.

IL RISERVATO.

Che la riservatezza sia un dono è un dato di fatto, soprattutto oggi che non conosciamo vergogna postandoci in qualunque situazione; ma che fra le pieghe di un eccessivo ritegno si possano insinuare paranoia, follia e anche un po’ di ambiguità io l’ho capito solo dopo essere caduta, metaforicamente, dal tapis roulant. 

IL SESSO È SOPRAVVALUTATO

Soprattutto quando lo si può tranquillamente sostituire con un’intensa attività sportiva in attesa che finiscano i giorni di magra e carestia. E poi, vuoi mettere, poter evitare tutti quei convenevoli la mattina dopo se si ha avuto un colpo di sonno e ci si risveglia con il tipo ancora accanto? Garantito: dopo due ore di Total Body e Cross Fit l’unico pensiero fisso è quello di raggiungere dignitosamente casa senza accasciarsi sulle ginocchia e urlare al modo di avere pietà di te. 

Ma anche la palestra ha le sue regole, la prima delle quali riguarda il fatto che è meglio non trasferire fuori dalle sue vetrate scorrevoli niente di quello che si incontra dentro, e adesso ti spiego il perché. 

IL TAPIS ROULANT

A lavoro faccio i turni, il che è una gran figata per certi versi, ma significa anche che i miei orari non sono sempre gli stessi e difficilmente le abitudini trovano terreno fertile. Così, senza alcuna consuetudine ma con costanza, vado in palestra dove un nutrito gruppetto di sessantenni mi rinfaccia involontariamente la mia mancanza di flessibilità e di resistenza. Poi un giorno mi avvicino con sospetto al tapis roulant: il mio terrore più grande è non avere a portata di mano il freno con cui bloccare tutto, infatti non scio, non pattino, non mi lancio col paracadute e men che meno mi metto allegramente a correre su un tappeto in palestra immaginandomi scorrevoli cadute davanti a tutti. Mai, fino a quel giorno in cui, forse complice la bandana che avevo fra i capelli, mi sono sentita sicura di me e l’ho fatto, ho acceso quel coso e ho iniziato a camminare sempre più velocemente piena di orgoglio. 

NO, NON SONO CADUTA

Chissà, forse cadere sarebbe stato meglio che incontrare il soggetto in questione. Lui stava sul tappeto accanto al mio il primo giorno che ho fatto il grande passo, ed è stato lui a spiegarmi come far funzionare la macchina infernale senza timore. Poi il secondo giorno, ancora accanto a me, ha iniziato a parlarmi e dopo due settimane siamo usciti a prenderci un caffè dopo l’allenamento. Come al solito non avevo dato alcun peso ai piccoli segnali premonitori. Per esempio, una volta l’ho incontrato davanti agli armadietti poco prima del tornello di entrata e l’ho salutato; lui ha prima fatto un salto dallo spavento, poi ha chiuso velocemente l’armadietto dentro al quale stava trafficando e, un po’ rosso per l’imbarazzo, c’ha messo qualche secondo per aggiustarsi un sorriso in faccia e rispondere al mio saluto. Come ho fatto a non pensare che stesse nascondendo un Dalì appena rubato? 

Un’altra volta l’ho salutato con la mano incrociandolo nel parcheggio mentre stava al telefono e lui, nonostante fossimo distanti, si è ficcato il telefono ancora luccicante in tasca rispondendo al mio saluto con due mani e quarantaquattro denti. Anche in quel caso non ho pensato che stesse goffamente nascondendomi qualcosa. 

La sera dell’unico caffè che ci siamo presi, gli cadde la borsa e lui ci si fiondò sopra come quelle palline antistress che quando le lanci a terra si spappolano come un uovo rotto. Non ho fatto neanche in tempo ad alzami per aiutarlo nella raccolta, che lui aveva già richiuso la borsa e assunto un’espressione concentrata davanti al menù del bar. Mi ricordo che pensai soltanto a quanto era stato rapido senza che mi passasse per la testa di domandarmi il perché di tanta rapidità.

La conversazione è stata un po’ complicata perché ogni mia domanda che andasse un po’ sul personale aveva sempre una risposta vaga. Così mi ha detto che era nato negli anni Settanta e che aveva cambiato casa spesso, conosceva le lingue ma non ho capito esattamente quali, si occupava di equilibri sebbene non facesse l’equilibrista come avevo ironizzato io, e non poteva al momento stare troppo in giro, motivo per cui non usciva la sera da un paio di anni e anche in questo caso ci aveva tenuto a mettere in chiaro che non era un vampiro-al-contrario, come avevo buttato là io, scherzando. 

A scrivere il racconto di quest’incontro mi chiedo come mi andasse di fare battute tanto idiote invece di fare cenni al barista per sollecitarlo a chiamare il pronto intervento della Neuro. Invece me ne stavo lì a sorridere e a non trovare nulla di strano neanche nel momento in cui, ancora ridendo gli ho domandato perché facesse tanto il misterioso e dopo aver ricevuto come risposta un convintissimo: “Per il tuo bene”.

PER IL MIO BENE

Dopo quel caffè non l’ho più visto.
Ho nuovamente cambiato abitudini per via del lavoro e lui si è volatilizzato, anche la segretaria della palestra lo cerca disperatamente, visto che deve ancora saldare sei mesi. A ripensarci con lucidità, è probabile che questa sparizione sia stata davvero un bene per me.

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