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UNA RAPIDA PRESENTAZIONE.

Quarantuno anni, single da due, tendenzialmente felice, indipendente ma con buone intenzione verso la condivisione, esigente. E sull’ultima non transigo altrimenti, immagino, che non starei a far numero fra gli spaiati. E magari mi sarei accontentata anche del primo che ho conosciuto in questi ultimi ventiquattro mesi. No, aspetta, del primo no ma forse del secondo, oddio no anche quello era un fenomeno e il terzo non ne parliamo proprio. Restiamo sull’esigente e lasciami raccontare della mia serie di sfortunati incontri così che tu, avvistando qualcuno di questi segnali, non perda troppo tempo appresso al caso umano.

Dopo il primo, infausto, incontro oggi ti racconto quella volta che ho scoperto che l’intesa è qualcosa che ha a che vedere con le parole molto prima che con la chimica.

L’INCOMPRENSIBILE

Era arrivato a casa mia portato dalla mia amica Stefania, alla festa del mio ultimo compleanno. Non era il solito tipo con cui lei si accompagna: niente giacca, capelli troppo lunghi, un paio di orecchini con le piume. Insomma non li indossa neanche lei gli orecchini perché li considera troppo volgari, figuriamoci se può tollerarli in un uomo.
«Hai cambiato genere?» le domando.
«Scema, è per te. Buon compleanno» mi fa stampandomi un bacio sulla guancia.
Dopo essermi appurata che non si trattava di un gigolò, e che quella matta della mia amica era solo in preda a una delle sue intuizioni per cui Quello era esattamente il tipo che mi ci voleva in quel momento, mi sono tranquillizzata, ho bevuto un bicchiere di vino e sono andata a verificare se la sua intuizione era giusta.

Il regalo di compleanno.

Mi avvicinai al gruppetto sul terrazzo dove il Quello faceva circolo appoggiato al muro, in ascolto attento dei racconti di Mirella e Micha, due scrittori che farebbero scintille se qualche editore desse loro una chance ma che, nell’attesa, scrivono per la televisione perché bisogna anche vivere.
«Ciao,» gli feci «benvenuto a casa mia» sorseggiando ancora il mio calice manco fossi stata Gloria Swanson.
«Buoncompleanno» fece, bellissimo e altissimo, allargando le braccia. Non credo che sapesse con quali intenzioni fosse stato trascinato lì dalla mia amica Stefania, perciò quel gesto e quell’augurio mi fecero andare di traverso il vino.
«E così sei amico di Stefania»
«Incontrata un mese fa alla presentazione di un libro su Galilei» rispose.
«Stefania? Galilei?» mi girai verso Stefania che oltre il terrazzo mi faceva segno con il pollice.
«In realtà era entrata perché aveva visto i fotografi e tanta gente e credeva ci fosse uno famoso».
Adesso riconoscevo la mia Stefania.
Prima di aver dato un altro sorso a quel Cabernet che tenevo fra le dita, ero già dentro a un’allucinazione fatta di scienza, cannochiali, processi ingiusti, Inquisizioni e abiure.

Anche uno sciacquone, in fondo, è un vortice.

In pratica, ma di questo mi resi definitivamente conto solo parecchi giorni dopo, il Quello era in un momento particolare della sua vita in cui, dimenticata la spensieratezza con cui aveva passato i giorni precedenti fra discoteche e viaggi improvvisi senza programma, si trovava in una profonda crisi mistica e Galilei era il suo mentore. Così passava i giorni domandandosi se in quell’atto di abiura ci fosse paura o estrema fede e, propendendo più per la seconda visione, si era messo a studiare perché venisse anche a lui tutta quella fede. Nel frattempo io lo trovavo bellissimo e la sera, quando finivo di lavorare e lui metteva il naso fuori dai suo libri disperati, ci baciavamo come se non ci fosse domani.

E infatti domani non c’era.

Il problema era che io davvero non capivo nulla di quello che mi diceva. Ho finto per alcune settimane, annuivo con la testa e col bicchiere di vino in mano perché mentre parlava io pensavo solo a quanto fosse bello. Poi un giorno, a cena in un ristorante, ricominciò con la sofferenza interiore di questo Galilei a metà fra l’uomo e lo scienziato, e io non me la sono più sentita di mentire perché volevo che mi spiegasse meglio, ma in modo più semplice, quello che stava blaterando.
Volevo comprenderlo, davvero.
E allora gliel’ho detto: «Io non ti capisco, non capisco niente di quello che dici».
Lui ha piegato il tovagliolo, mi ha lanciato un bacio con la mano e se n’è andato.
E davvero non l’ho più visto.


Diario K2017: Esperienze di casi umani in Europa

 

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Quella volta che ho scoperto che l'intesa ha a che vedere con le parole molto prima che con la chimica. #singleA40 #c40s.it Condividi il Tweet
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