Quello che è finito, è finito. A meno che…

90's

Ci sono cose che, una volta che hanno finito il loro corso, non dovrebbero più tornare.

Punto.
Fine.
Adieu.
È stato bello ma è finito.

Senza alcuna possibilità d’appello, neanche quel classico “restiamo-amici” che non significa niente; Tu ci parleresti ancora con qualcuno che, tutto sommato, t’ha rotto le palle? Ti verrebbe voglia di alzare il telefono per organizzare una birra con una persona con cui non avevi più niente da dire già prima che realizzassi di non avere più niente da dirle? Se provi un senso di liberazione all’idea di non trovarti mai più davanti a quella faccia là, ma perché dovresti desiderare di restarle amica?

Restare amica di qualcuno non significa niente, è solo un’altra delle grandi cazzate che ti racconti quando non vuoi dire la verità. Un po’ come le scuse che ti inventi per il tipo della Folletto, invece di dirgli che cosa dovrebbe farci con l’aspiratore preferito dalla Nasa: «No, guardi, mi dispiace non posso aprire la porta, è per il suo bene, mi creda!». Anche perché poi, il restiamo-amici non succede quasi mai proprio perché quando qualcosa finisce, finisce. A meno che non si tratti di qualcosa di veramente fondamentale e allora in quel caso il discorso cambia.

Il lato buono degli anni Novanta, quello senza spalline.

Per la maggior parte delle persone che conosco, eliminare dalla faccia della Storia gli anni Novanta non sarebbe una grave perdita. Questo perché ignorano quelle cose fondamentali che la decade ci ha regalato e che, a riprova della loro fodamentalità, sono riemerse dai fondali del dimenticatoio proprio come fa il sottomarino di Steve Zissou quando non è impegnato in nessuna acquatica avventura.

Gli anni Novanta sono anni strani, se ci pensi all’inizio del decennio viene dato il Nobel a Michail Gorbačëv e l’anno dopo, a seguito di un golpe finito male, quest’ultimo si dimette e l’URSS si sgretola; Berlusconi inizia la sua carriera politica; Falcone e Borsellino vengono eliminati; in Ruanda si consuma il genocidio dei Tutsi; debuttano gli Oasis, ma anche i Nirvana; muoiono Battisti, De André, Freddy Mercury, Modugno e Mia Martini; Clinton se la spassa sotto il tavolo con Monica; spuntano le boy-band, Bocelli, gli Articolo 31, Fiorello e le Spice girls; mentre il cd diventa il supporto più diffuso per ascoltare la musica.
Ok, detta così sembra che abbiano ragione loro, quelli che dicono che tutto sommato degli Novanta se ne può fare a meno. Ma è perché è gente abituata a vedere il bicchiere mezzo vuoto. Cosa sarebbe stata la tua vita se non avessi potuto godere di queste due o tre cosette che adesso ti vado ad elencare?

Quei fondamentali a cui concedere il restiamo-amici.

  1. Gli anfibi di Dr Martens sotto i vestitini fiorati, proprio come ci ha insegnato Kelly di BerverlyHills, e come poco dopo ha fatto anche Brenda per liberarsi di quell’aura da provinciale, che invece era il segreto del fascino del gemello Brandon. So che mi state capendo, perciò eviterò di spiegare che sto parlando di un telefilm e mi concentrerò sull’importanza che lo stivaletto militare sotto l’abitino primaverile ha avuto per lo sviluppo della mia personalità, che così conciata se la sguazzava fra il romantico e il non-mi-devi-rompere-i-coglioni. Oggi ho imparato a dosare l’indole Dr Martens, ma solo perché ho fatto tanta pratica negli anni Novanta.
  2. Lorena Bobbit la salvo perché in questa storia ci sono tante cose da tenere a mente e non hanno a che vedere con l’ironia che se ne può fare. Per esempio il fatto che la stupidità e la follia non hanno un genere ma riguardano tutte le persone; che vivere con qualcuno è difficile e non sempre sopportabile, ma che ci sono vie di uscita molto più semplici; infine che se sai come trasformare una fama involontaria in un profitto, hai anticipato gli instagramers e gli youtubers molto prima che comparissero Instagram e Youtube, perciò chapeau.
  3. Twin Peaks perché puoi vederlo a distanza di venticinque anni e riprovare le stesse, identiche sensazioni che provavi la prima volta che hai sentito nominare Laura Palmer: e cioè quel senso confuso fra sbigottimento, morbosità, “che cazzo sto a guardà?”, noia e stupore che poi ha fatto la fortuna della Sciarelli sua Rai3.
  4. Eminem e non perché era un bianco che scala la montagna sacra della musica contemporanea nera, ma perché era un gran figo e bastava questo anche se capivo il 10% di quello che cantava, nonostante avessi sotto gli occhi i testi delle sue canzoni.
  5. La matita intorno alle labbra, perché qualunque cosa ti diranno contro di lei, è il solo modo per tenere il rossetto circoscritto ed evitare l’effetto Robert Smith.
  6. Lo smalto madreperlato perché era orribile, ma almeno se volevi levartelo potevi farlo con un batuffolo d’ovatta e un po’ di acetone, non c’era bisogno di una smerigliatrice da banco di cinque chili.
  7. Il Grunge perché se è vero che puoi dare la colpa di quel che sei ai tuoi genitori almeno fino a che non hai compiuto diciott’anni, la musica che ti ha formato sarà sempre, e per sempre, un capro espiatorio da additare senza scrupolo ogni volta che sentirai il bisogno di non prenderti la responsabilità di quel che sei.

Credevo che sarei arrivata a dieci.

 

ED ECCOLI QUI:

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