Ognuno di noi ha un fanciullino dentro di sé.

Ovvero, quella volta che ho insegnato whatsapp a mia madre.

Fra le innumerevoli sfide che l’età ti mette di fronte, ce n’è una cui è inutile sottrarsi. Non c’è nascondiglio perfetto, né fuga ideale perché quando tua madre si mette in testa che è arrivato il momento di imparare a usare whatsapp tu dovrai insegnarle a usare whatsapp.

Quando è toccato a me sono stata colta alla sprovvista e non immaginavo neanche che avrei dovuto avere una scusa pronta per rimandare, almeno quel tanto che fosse bastato per ingoiare un paio di Valium. Più di una volta, infatti, mi ero già proposta perché: “Mamma, basta mandare sms, ti faccio vedere quest’altra applicazione con cui puoi condividere foto e fare anche altre cose…”. E tutte le volte sono stata stroncata malamente da: “No, no, che devo imparare cose nuove alla mia età?”, e condanne categoriche verso generici strumenti del demonio: “Quelli sono oggetti infernali che hanno rovinato le persone”, e imperativi categorici alle prime apparizioni del telefonino: “Metti via quel coso, subito!”.

Mamma sulla Luna.

Dunque quando finalmente si è convinta a imparare, l’ho considerato un grande passo per l’umanità intera tanto ero orgogliosa. Sebbene il merito non fosse stato il mio ma della sua amica Laura che, evidentemente stuzzicando la competizione, doveva averle mostrato i prodigi che avevo, invano, tentato di farle apprezzare.

Così ci mettiamo sedute intorno al tavolo dove solitamente lei è l’insegnante, durante le ore pomeridiane della settimana, e le spiego che adesso dovremo scaricare l’applicazione.
“Senti, non ho capito niente ma sia ben chiaro che non pago nulla”, mi fa e allora percepisco che c’è un po’ di diffidenza, così le dico che whatsapp è gratis e faccio finta di non sentire quando commenta con un polemico “Certo, adesso sarà anche gratis ma un domani?”.

Al momento di creare l’account mi dice candidamente che lei usa Tim. Le dico che non c’entra nulla, che quello è, semmai, il motivo per cui ha internet, la linea telefonica e il whatsapp in questione. Per creare l’account c’è bisogno di dare il numero di telefono a questa app che abbiamo appena scaricato. “No, no, no! Io il numero di telefono non glielo do!”.
In quel preciso istante ho rimpianto di aver smesso di fumare.

Sconfiggere le resistenze.

“Il numero di telefono serve per metterti in comunicazione con i tuoi contatti attraverso questa app che tu hai detto di volere nel telefono”. Devo aver forzato un po’ il tono su quel “tu”, perché lei indietreggia piccata: “Senti, non è necessario avere questo whatsapp, ok? Si faceva benissimo anche prima!”. Ci sono voluti, uno “scusami”, un tè e una buona oretta prima di rimetterci ad affrontare la questione del numero di telefono. Alla fine, dopo aver messo a tacere tutti i tarli, anche quelli più assurdi come “mi possono spiare”, “sanno quando esco di casa” e di nuovo “io ho Tim”, riesco a convincerla a fidarsi di whatsapp, il sistema di messaggistica registrato fra le proprietà di Zuckerberg, l’uomo che mangia sui nostri dati sensibili e non. Ma questo a mamma non l’ho detto.

Dopo una settimana dall’installazione mia madre sapeva fare tutto. D’altra parte il momento più complicato quando si impara qualcosa di nuovo, non sta nella cosa in sé ma nella necessità di liberare la mente da tutte le sovrastrutture, e poterne cogliere la semplicità. In fondo whatsapp è intuitivo, tant’è che lo usano anche i bambini. Il mio incubo, però, era appena cominciato.

Ognuno di noi ha un fanciullino dentro di sé, quello di mia madre è un bimbominkia ossessivo compulsivo.

Dopo i “ciao” degli inizi, ha scoperto il modo per inoltrare ed è stata la fine. Ho ricevuto più barzellette in due settimane che in tutta la mia vita, alcune anche osé e non è da lei.
“Scusa, mamma, ma tu le senti le cose che mi mandi?”.
“No, non tutte”.
Ah, tutt’apposto.

Poi è stata la volta dei lunghissimi messaggi fatti solo di emoji. Così a volte prendeva aerei solo per andare a casa con una carota, un cane e un uccellino dal cuore viola e mandare un bacio alla famiglia ariana e omosessuale. Altre volte giocava a pallone mentre sciando fra gli spaghetti faceva il pugno della lotta proletaria con un turbante in testa e un drago con la tachicardia. E ogni sera arrivava la buona notte corredata da tutti gli optional di riferimento compresi i fuochi d’artificio.

Abbiamo attraversato anche la fase dei cani: il cane che fa yoga con la padrona, quello che mangia il gelato, l’Alano con gli occhiali da sole, il meticcio che sembra che rida e così dalle sette di mattina fino a mezzanotte eccetto i giorni di festa, perché per quelli ci sono le Gif.
Sono un po’ agitata perché so che da un momento all’altro scoprirà come mandare i messaggi vocali.

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