Quando a Nì fu detto che non sarebbe potuta uscire per i prossimi centoventi giorni, lei non ne fece un dramma perché sapeva che se non fosse potuta andare fuori, sarebbe sempre potuta andare dentro.
Di sé.
E così fece.

Che fosse notte o fosse giorno, per lei era comunque il tempo di restare con gli occhi chiusi e guardare attentamente tutto quello che succedeva, dentro.
Di sé.
E allora vide.
Dapprima dei piccoli pallini di luce, come pioggia luminosa e leggera, talmente leggera che se soffiavi quella cambiava direzione. Poi quei pallini smisero di piovere e si avvicinarono tutti a formare un sorriso.
Nì lo conosceva quel sorriso. Il sorriso più lungo del mondo.
Contava i secondi che quel sorriso continuava a sorridere.
Contava i minuti che quel sorriso continuava a mostrare i suoi denti di perla.
Poi contava le ore e i giorni e i mesi.
E di mesi ne erano già passati quattro.
E quando smise di contare mancavano solo poche ore perché lei potesse uscire di nuovo.
Da sé e da quel sorriso così lungo che le aveva illuminato l’infanzia.

 

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