Quando le domande potrebbero anche essere giuste ma è la risposta che è sbagliata.

Ovvero la volta che mi sono trovata con un gruppo di meditazione.

crisi-esistenziale-40anni

Ci possono essere mille domande che ti fai arrivata a quarant’anni, ma quella che solitamente ha sempre una risposta sbagliata è questa: “Che cosa ho fatto della mia vita finora?”.

Sia ben chiaro, tirare le somme è una delle attività preferite da noi donne, soprattutto in “quei giorni” e quando abbiamo deciso che il nulla cosmico è qualcosa di ben più grande di un pensiero che si risolve con un po’ di shopping. Che poi, solitamente anche questo pensiero del nulla cosmico è uno degli effetti indesiderati dalla sindrome pre-mestruale. Dunque qualunque domanda esistenziale sorta in assenza di significativi effetti scatenanti come un trauma, una perdita o l’ennesimo stress sul lavoro, ha due possibili risposte risolutive: “apro una pizza al taglio” oppure “devo ricominciare a prendere le vitamine”. Se una di queste due risposte non è pronta all’uso, allora il problema si fa gigantesco e potrebbe prendere una bruttissima piega.

Come quella volta che ho deciso che nella mia vita mancava senz’altro della spiritualità.

La cosa è iniziata in palestra: il posto in assoluto più lontano da tutto quello che fino a oggi pensavo fosse spirituale. Pratico Yoga da un paio d’anni perché mi piace la sensazione di stiramento che mi lascia nei muscoli per i giorni successivi all’incontro settimanale, e per quel senso di padronanza fisica – almeno sul mio di fisico – che ne ricavo ogni volta che riesco a stare in equilibrio sulle braccia, sebbene ancora non riesca completamente nell’invertita. La parte meditativa mi annoia perché nel momento in cui spegniamo le luci e cominciamo a seguire le visualizzazioni che ci suggerisce il maestro, il mio pensiero invece di andarsene altrove ritorna inesorabile al suo quotidiano. Così un “adesso immagina il sole giallo e caldo che ti scalda la pelle” mi fa pensare che devo stendere i panni ancora in lavatrice; “la persona che ami ti sta sorridendo” ed io penso che devo preparare la cena. Insomma non è cosa.

Poi un giorno l’ennesimo scazzo sul lavoro.

Tornata a casa mi sono accucciata sul divano con un pacchetto di tarallini e ho iniziato a mangiare e a piangere fino a quando non è tornato mio marito, che ha la sfiga di essere anche il mio miglior amico e confidente. Siccome è la persona più saggia e paziente che conosco, invece di alzare gli occhi al cielo mi si è seduto vicino e ha ascoltato tutto il mio sfogo nonostante fosse cominciato con il più repulsivo degli incipit: “La mia vita non ha senso” e fosse finito con “Voglio provare la meditazione del maestro Acarya”. Mi ha stretto la mano, passato un fazzoletto, allontanato il sacchetto dei taralli e guardandomi negli occhi ha detto seriamente: “Ok, ma non lasciare il tuo numero a nessuno”.

Quella volta che ho preso le vitamine.

Così dopo la lezione di yoga sono rimasta per la sessione meditativa. Eravamo solo in sette di tutti e venti del corso. Il maestro ha spento le luci, acceso l’incenso senza aprire la porta per far circolare l’aria, suonato per tredici volte una campana tibetana e iniziato una litania fatta di suoni gutturali che tutti hanno intonato dietro a lui. Io, sebbene conoscessi le parole, non riuscivo mai a entrare in sintonia, ero un po’ la nota stonata del gruppo. Ma la ragazza che mi stava accanto mi ha sussurrato di non temere perché all’inizio è successo a tutti. Poi ha richiuso gli occhi ed è riscivolata nel mantra in perfetto sincro. Dopo quaranta minuti di frustrazione, la mia, e di armonia, la loro, il maestro Acarya ha detto delle frasi in quello che sembrava un dialetto lucano e che invece, mi ha spiegato la tipa accanto a me, era sanscrito e ha invitato il gruppo a condividere un’emozione. La solita tipa, quella che mi sono trovata accanto, ha alzato le mani e, restando in ginocchio con le ascelle al vento, ha spiegato quanto questa settimana fosse stata densa di emozioni soprattutto perché aveva rivisto non-so-chi e questo l’aveva fatta sentire non-so-come il che le aveva illuminato la strada sul fare-qualcosa-che-non-ho-capito. E tutti hanno applaudito, anche io nonostante non avessi capito nulla anche se si parlava in italiano e non in sanscrito né in dialetto lucano.
Al terzo racconto del gruppo ho capito che non ero io il problema, né il mio essere fuori-sincro o incapace di intendere la mia stessa lingua. Il problema era il modo in cui loro esponevano le loro emozioni, facendo di piccolezze delle enormi lezioni di vita. Capisco che vedersi ogni settimana con un racconto importante da presentare al gruppo possa essere impegnativo, ma essere costretto a camminare a piedi dopo aver perso l’autobus non può diventare il racconto dell’illuminazione di Siddharta, perché questa non è spiritualità ma fanatismo. E io mi sono infastidita.

Terminato l’incontro, la tipa che mi stava accanto mi si è avvicinata per sapere come mi fossi trovata. Ho mentito. Mi ha detto che la prossima settimana si sarebbero visti a casa sua e che potevo lasciarle il mio numero così mi avrebbe mandato l’indirizzo. Mi è venuto in mente il consiglio di mio marito quando gli ho detto del mio progetto meditativo e ho mentito. “Il cellulare non lo uso più, mi distrae dal presente” ho detto come vendetta per avermi distrutto la speranza di poterla trovare lì con loro un po’ di spiritualità. Lei mi ha guardata con ammirazione. Io no. Tornando a casa mi sono fermata in farmacia per comprare delle vitamine dopo qualche giorno è tornato il sereno anche a lavoro.

QUELLA CHE SEGUE È UNA MANCIATA DI SUGGERIMENTI CHE MI SMAZZO A CERCARE PER RENDERTI LA GIORNATA PIÙ PIACEVOLE, ALMENO GUARDALI.

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