avere-un-figlio-a-40-anni


Quella che sto per raccontarti è una storia realmente accaduta che ha a che fare con un grande desiderio e la speculazione che se ne fa intorno.

Quasi tutte le sveglie iniziano il loro lavoro dolcemente, sussurrando che si è fatta l’ora e se potessero, se fossero dotate di mani, ti accarezzerebbero la testa per renderti più facile il risveglio. Solo dopo un po’ cominciano ad aumentare il volume del bisbiglio e con quelle manine arriverebbero a toccarti la spalla come per chiamarti, e ma tu sei ancora lì che saltelli dentro quel fantastico sogno che stai facendo e non c’è verso. Allora, e questo lo fanno davvero quasi tutte le sveglie, iniziano a incazzarsi veramente e urlano e fanno partire un qualunque acuto della Pausini pur di riuscire a farti aprire gli occhi. E ringrazia il cielo che non hanno davvero quelle manine di cui parlavo prima, altrimenti sai che sveglie!

Ecco, l’orologio biologico fa più o meno così.

Solo che quando ha passato la fase dell’acuto e ti ha assestato due sventole capaci di risvegliare chiunque, senza bisogno di fare la scena del sepolcro che si apre da solo e dello zio Lazzaro, tu hai superato i Quaranta, sei ancora single perché “c’è sempre tempo per mettersi un uomo in casa seriamente” e cominci a pensare che quei “sono così pochi i momenti della vita in cui puoi pensare solo a te”, che ti giustificavano quando hai scelto quell’opportunità di lavoro all’estero o quel completo firmato che sta ancora nell’armadio, non erano poi così pochi.

  • Non starò a dirti quanto sia faticoso avere un figlio perché a me nessuno l’ha mai detto, mi hanno solo e sempre parlato delle cose belle, che peraltro sono tutte vere.
  • Non posso neanche dirti che crescere da sola un bambino potrebbe essere agghiacciante, perché non ne sono convinta affatto.
  • Non ti dirò quelle cose sulla famiglia che deve essere fatta secondo i crismi, perché sono convinta del contrario e nessuno può dirti come deve essere fatta la tua famiglia.
  • Certo, ti auguro di incontrare qualcuno con cui fare questo viaggio, ma se sei abituata a viaggiare da sola allora lascia che ti racconti una cosa.

Lasciami raccontare l’esperienza che ho avuto io con “il mago della FIVET”.

Avere un figlio non è così semplice come ti dicono, è questione di momento giusto, di temperatura, di età e sono arrivata a credere che molto dipenda anche dall’inclinazione dell’asse terrestre rispetto al piano dell’orbita di rivoluzione e dal calendario lunare. Avere un figlio dopo i quaranta è anche più complicato perché a tutte le problematiche appena esposte, ci devi aggiungere lo stress legato al “o adesso o mai più”, la preoccupazione che le tue ricerche su internet hanno alimentato con delle testimonianze assurde, e la matematica. Già, la matematica, perché stai lì a fare conti inutili “ma quando avrà vent’anni io ne avrò più di sessanta, e chi ce la farà a stargli dietro?”, peccato che quando avrà vent’anni non riusciresti a stargli dietro comunque, anche se avessi ascoltato la sveglia biologica prima, quando stava ancora bisbigliando e accarezzandoti la testa.

E poi c’era la storia della Jolie che, al tempo, raccontava di aver fatto ricorso alla fecondazione assistita quando ha messo al mondo i gemelli con Brad Pitt.


Perché il sesso è un piacere ma procreare è un lavoro vero e proprio, diciamo la verità!

Devi controllare la tua temperatura basale e l’ovulazione e per farlo devi stare continuamente a pisciare su stick appositi, e lo fai talmente spesso che a un certo punto non ti scappa più a meno che non abbia a portata di mano il bastoncino magico.
Quando poi è il momento non puoi mica fartelo scappare, altrimenti se ne riparla fra un mese. E questo ammesso che tu abbia un compagno, o un donatore, che sia disposto ad abbandonare quello che sta facendo per fare quello per cui è richiesto. Sempre, ogni volta che deve.

Oppure c’è la Fivet.

Quando ho preso appuntamento me l’hanno dato dopo 6 mesi, perché ero stata fortunata e si era liberato un posto. Sono positiva e mi rincuoro pensando che avrò tutto il tempo per imparare un paio di parole in spagnolo. Ah, già, perché scordati di poter fare questa pratica da single in Italia dove la famiglia, comunque stiano imparando a vederla, è sempre fatta da due genitori. Due, non uno! Comunque dove sto andando parlano italiano benissimo, visto che siamo fra i clienti più affezionati.
Arrivato il giorno, mi ero organizzata con viveri e bevande da portarmi dietro perché, sì è vero che io avevo prenotato per le undici di mattina ma quella era solo un’ipotesi, e la stessa segretaria mi aveva avvertito ridendo di prendere almeno due giorni di ferie.

Arrivo lì emozionata con il mio panino in borsa. Non c’è un posto neanche a volersi mettere in braccio a qualcuno. Sono tutte coppie, tranne me, e si tengono tutte per mano per paura di perdersi o perché sia chiaro da subito quali dovranno essere gli abbinamenti giusti.
Alcuni dormono, altri leggono, altri ancora hanno preso le stesse sembianze della carta da parati, devono essere quelli che stanno qui da più tempo.

Dopo un’ora si libera metà bracciolo del divano, lo prendo io.
Mi siedo e davanti a me, proprio sulle teste di una quindicina di persone accampate l’una sull’altra, una gigantografia di un bambino mi sorride allungando le manine.
Che dolce, penso.
Ce n’è una su ogni parete: bambini che giocano, bambini che sorridono, famiglie felici bionde. Bambini ovunque!

Ho smesso di pensare a quanta dolcezza in quei sorrisi quando ho iniziato a pensare al motivo per cui tutti eravamo lì: volevamo un figlio e non sapevamo come fare. E allora che senso ha mettere tutte quelle foto di bambini? Per farci sentire incapaci? Per farci “pappappero” mentre stiamo rischiando la cancrena aspettando di essere chiamati? Insomma, a un dietologo verrebbe mai in mente di tappezzare la sala d’attesa dei suoi pazienti con immagini di muffin e pizette fritte, prima di metterli a regime con mele e acqua per i prossimi due mesi?

Inizio a sentirmi a disagio, comincio a pensare ai nazisti, al sadismo, all’efferatezza.

Quattro dita mi spingono sulla spalla, la sala d’attesa s’è svuotata, la coppia accanto a me è cambiata e la segretaria mi sta svegliando dicendo che è il mio turno.
Sono le nove di sera e anche lei è un po’ sfatta, affaticata.

Il dottore invece è bello pimpante, da quando sono qui avrà fatturato un miliardo.
Mi invita a sedermi alla scrivania, mi dice che non è insolito vedere qualcuno non accompagnato, mi spiega chi è, dove posso trovare le sue interviste e alterna sorrisi a esortazioni a girarsi verso la mensola su cui sono poggiate tutte le sue pubblicazioni che posso comprare in libreria con lo sconto che mi darà la segretaria uscendo, visto che sono una paziente. Sorriso.

Mi fa vedere un foglio con tutte le analisi che devo fare.
“Queste sedici le ho già fatte” dico io.
“Be’ ma non le ha fatte nel mio laboratorio. E io mi posso fidare solo di me”
“Ma questa è un’ecografia del mio utero, non è che nel frattempo è cambiato” rispondo.
“Senta, io devo vedere dove devo andare a fecondare” mi risponde quello piccato.
Ho un piccolo senso di rigurgito su quel “devo andare a fecondare” e in quel momento penso che io non lo voglio davvero un figlio con lui.
Sorrido e dico che capisco.
Lui mi consegna tutto e nel giro di dieci minuti la sua visita è finita.
“Passi in cassa a iscriversi nella lista d’attesa per le analisi che le ho chiesto e per il prossimo incontro”.
In cassa lascio 160 euro e un “ci sentiamo” invece di un appuntamento.

Non sono più tornata perché mi sono spaventata, probabilmente, di quel modo asettico di fare business. Forse non ero così convinta, fatto sta che ho finito così la mia storia con la Fivet. Però a te potrebbe andare meglio, tu potresti essere più motivata di me, per esempio.

Sull’argomento:

Avere un figlio dopo i quaranta: la mia esperienza con la Fivet. Condividi il Tweet
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