Il coccodrillo nelle fogne.

Come nasce un pregiudizio.

Seneca pregiudizio

Fra le tante cose che andavano di moda senza che ce ne fosse motivo, ci sono una serie di leggende urbane che hanno accompagnato gran parte della mia fanciullezza. All’epoca non c’era internet e se volevi assicurarti che davvero non ci fossero coccodrilli albini nelle fogne di New York, non ti restava che andarci a fare un giretto.

Storie a cui credere senza appello.

A chi non è mai stato detto che ingoiare una gomma americana poteva provocare l’incollamento delle pareti dello stomaco per sette anni? E io ancora me lo ricordo il momento in cui, fiera del mio pallone gigante, che solo con le Big Babol di una volta si riusciva a fare così grande, sono andata da mia madre che chiacchierava in cucina con la sua collega sarda molto più anziana di lei e famosa per essere una donna severa e poco generosa persino nei sorrisi. E fu proprio lei a dirmi che se avessi ingoiato quella roba «Ti si appiccicano le budella», mettendo a tacere con il suo dito indice tutta la mia gioia.

A casa mia di leggende ce n’erano tante e tutte funeste, mai una volta che fosse successo qualcosa di buono a qualcuno. Un ragazzino stropicciandosi l’occhio era rimasto con la pupilla in mano. Un altro aveva aperto la porta dell’ascensore ma questo non era al piano e il ragazzino era finito di sotto e si era perso nelle fondamenta del palazzo. In un certo senso quello di mia madre si poteva tranquillamente definire terrorismo psicologico.

Ma mia zia, cattolica al punto da poter battere qualunque prete sulle domande più ostiche della liturgia, era molto più terrificante di lei perché le sue storie le condiva con il sovrannaturale: e davanti al sovrannaturale non ci puoi fare niente, non ti basta stare attento. E allora c’era l’angelo che passava a dire Amén contro tutti i bambini che facevano le smorfie, lasciandoli eternamente accartocciati nelle loro facce brutte; c’era il monachello che a ogni epifania veniva a portarti le caramelle, se eri stata brava, altrimenti solo carbone: e chi riusciva ad addormentarsi per la paura che arrivava ‘sto monachello! E poi c’era Santuzza, la sua veggente di fiducia, che era capace di stare in due posti contemporaneamente senza essere vista, e questo bastava a tenere lontane le nostre manine da tutti quei cassetti in cui era proibito mettere scompiglio.

Il solo uomo-nero che sia mai stato nominato in casa nostra era quello che usava mio nonno per mandarci tutti a letto. Forse il metodo non era proprio ortodosso e oggi sarebbe stato sufficiente a scatenare una polemica, però c’è anche da capirlo: lui di figli ne aveva avuti nove, otto maschi per esattezza e una femmina. E all’epoca dell’uomo-nero di nipoti ne contava ventuno, e d’estate stavamo tutti sotto lo stesso enorme tetto, quindi la scelta era fra il bromuro o lo spauracchio.

Di generazione in generazione.

Storielle, che all’epoca potevano definirsi innocenti, che avevano tutte uno scopo ben preciso: farci stare buoni. A questo servono le storielle, anche quando sono meno innocue. Si preoccupano di avere origine da una fonte autorevole, che per nessun motivo ti verrebbe in testa di mettere in discussione, e poi si annidano dentro un’abitudine così che non ci fai neanche più caso al fatto che prima di entrare in ascensore apri la porta piano piano per assicurati di non cadere e perderti fra le fondamenta del palazzo. E poi glielo spieghi anche a tuo figlio che deve stare attento con quella porta lì ed ecco che la storiella ha già fatto il salto generazionale assicurandosi altri anni di sopravvivenza. Fino a quando a qualcuno verrà in mente di verificare se sia possibile davvero cadere nella tromba dell’ascensore. E magari scoprirà che sì, a volte può succedere, un incidente, ma le probabilità che questo avvenga sono pochissime.

Il fine giustifica il mezzo deficiente che è in me.

Credere alle storielle è la cosa più facile che possa esserci.
Però le storielle hanno sempre un secondo fine e molto spesso il secondo fine non ha a che vedere con il tuo bene, ma con un interesse che non è subito chiaro e che si nasconde in una tua paura. Chi inventa storie, in pratica, sta usando una tua debolezza per farti ragionare come vorrebbe lui per ottenere qualcosa.
Quando senti una storia fermati, usa la tua testa e poi scegli se crederci o meno.
Però sceglilo tu.
Dimmi la verità, quante volte ti è capitato di aprire la porta dell’ascensore e non trovarlo al piano? Immaginavo.

ALCUNI SUGGERIMENTI PER RESTARE UMANO:

 

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