differenze-uomo-donna
Ci sono certe cose che quando accadono, accadono senza preavviso, così senza fare rumore: un giorno ti svegli in un modo ed è capace che vai a dormire in un altro.

Non so perché, solo che è così che funzionano la maggior parte delle cose importanti.

Per esempio per molti ragazzi il giorno in cui diventano uomini nemmeno se ne ricordano. D’altra parte, beata innocenza, loro passano gran parte della vita a non rendersi
esattamente conto di quello che gli accade intorno, figuriamoci se possono
trovare qualche spunto di riflessione da quello che gli accade dentro. Deve
succedere davvero qualcosa di forte perché quei neuroni, in numero sufficiente
per improvvisare una partitella fra amici, smettano di giocare a calcio e si
ritrovino a constatare la sacralità di un momento.
Nelle tribù, invece, dimostrano di saperla molto più lunga di noi sulla
psicologia maschile: lì, arrivati a un certo punto, si trova una scusa per
allontanarsi nel bosco senza donne e si organizza una bella serata per soli
uomini. Se sei un maschio devi diventare adulto per forza, non è che hai modo
di prendertela comoda e arrivare a trent’anni con lo stesso atteggiamento del
fuorisede all’università che passa la vita nei centri sociali a credere che «bella
zì» sia un saluto fra giovani senza alcun riferimento personale. O figuriamoci
se possa esistere qualche quarantenne fra i Masai che adduce come scusa la
sindrome di Peter Pan se ancora sta appeso all’altalena a giocare coi macachi.
Con quei tipi lì non si scherza mica, e che tu sia pronto o no, arriva quel momento in cui smetti di essere il bambino che ascolta le storie degli anziani e diventi un uomo con lancia, criniera, tatuaggio e un paio di cerchietti sui capezzoli, e che ringrazia Manitù di non essere finito nella tribù vicina dove la tessera elettorale è un portacenere infilato di piatto nel labbro inferiore, che per giunta ti impedisce di fumare.



Crescere, nelle società tribali, è una cosa che deve succedere a tutti,
soprattutto quando c’è un gran bisogno di nuova forza lavoro e succede come da
noi succede la comunione, cioè contemporaneamente per un manipolo di
più-o-meno-coetanei e più-o-meno-convinti che hanno fatto palestra osservando
con invidia quelli più grandi per quasi tutta la vita.

Diventare adulti è un fatto sociale.

Da noi, invece, è più un affare personale, una roba privata che non avviene
quasi mai contemporaneamente ad altri, e mai con una ritualità.

Le serate per soli uomini si organizzano per festeggiare regressioni, altro che evoluzioni.
Un maschio adulto, nella nostra società, è diventato uomo da solo, o al massimo in compagnia di qualche calendario Pirelli, ma comunque senza il supporto di nessun adulto che gli spieghi, anche metaforicamente, che se riesce a camminare sui carboni ardenti sarà in grado di:
  • chiudersi da solo la patta dei pantaloni,
  • usare il microonde,
  • azionare la lavatrice,
  • trafiggere un fagiano e cuocerlo,
  • evitare di essere troppo specifici quando una donna gli farà una domanda sul
    proprio aspetto fisico,
  • accendere un fuoco o un barbecue a seconda della tribù
    in cui si vive,
  • e soprattutto sarà in grado di costruire una capanna di fratte
  • o alzare la tavoletta del cesso per ogni fottuta minzione.
Ma, alla visione ottimistica della teoria corrisponde la non troppo rosea realtà della sottile
differenza fra adulto e uomo. 
Questo le società tribali non l’avevano considerato. D’altra parte siamo noi i sottili pensatori che ci perdiamo nelle elucubrazioni e differenze analitiche, in traumi e archetipi, invece di montare un palo in mezzo alla piazza, attaccarci per i capelli tutti gli uomini che hanno superato i trenta, inventarci un nome esotico per l’evento, e dire loro:
  •  «Corri intorno a questo palo perché da domani ti vai a cercare un’altra casa
    ché adesso tocca a noi farci un po’ i cazzi nostri»,
  • ma anche «Adesso che sei in grado di
    stare appeso al palo allora non hai nemmeno più scuse per dirmi che non te la senti
    di andare a vivere insieme»
  • e persino «Ciccio, hai finito di dare la colpa a
    noi per tutte le tue giustificazioni morali, da adesso in poi quello che sei
    so’ cazzi tuoi».
Io avrei anche il nome esotico per la cerimonia del palo, senz’altro è allegorico visto che crescere in fondo è una fregatura, perché se fino al giorno prima fai parte di un gruppo, di una famiglia, be’ dopo sei da solo e anche molto confuso. Almeno finché non metterai su una famiglia a tua volta, e a quel punto continuerai a essere confuso ma in compenso rimpiangerai moltissimo quando eri solo.
Per le ragazze è tutta un’altra storia, qui c’è un corpo che avvisa quando è ora, già molto tempo prima dell’ora.
Iniziano palpitazioni e sfarfallamenti alla vista di un paio di occhioni azzurri, si prova quel certo senso di fastidio quando tuo padre è ancora convinto di essere lui il solo uomo della tua vita, e il relativo momento di gioia quando alla solita domanda di papà «ci sposiamo da grandi?» finalmente si risponde «no»; che raggiunge il primo vero puntello dell’autostima quando, guardando dritto dentro gli occhi paterni, si sente il crack di un cuore di maschio che si rompe. Di quel suono non ci si stancherà mai più. 
E se questi sono i segni spirituali, quelli fisici sono ancora più evidenti e
non solo a te. Il primo commento sulle mie TETTE «che sei caduta di faccia
stanotte?» mi ha causato anni di scoliosi, recuperati solo quando ho scoperto
il magico potere di quelli che ingenuamente, qualche anno prima, erano stati apostrofati come bernoccoli. L’ho scoperto tardi e da autodidatta quel potere che mi ha aiutata a scuolaguida così come all’università, ma che sono anche certa mi sia costata la lode della tesi per un’invidia del pene al contrario da parte del mio relatore. A volte continua a sorprendermi questo potere che sembra inesauribile e che ha convinto anche il mio attuale marito al passo decisivo di aprire un conto congiunto.

Mi chiedo quante cose avrebbe potuto insegnarmi mia madre sull’uso improprio di un corpo femminile, se solo fosse stata meno timida.

A casa mia non si è mai parlato di certe cose così pratiche, ci siamo sempre
scannati sulla politica o sul significato nascosto di un film, ma se il
discorso verteva sui rapporti umani e le cose vere della vita fisica allora: l’infinità
del silenzio.

La volta che mi sono venute, io nemmeno avevo capito esattamente che mi erano venute.

Ho creduto a un problema di incontinenza preoccupante, aggravata dal sinistro colore.
Quando ho chiamato mia madre ero certa che lei mi avrebbe detto: «Stai per morire, figlia mia», invece mi disse: «Sei diventata signorina solo che non ho assorbenti perciò,
con la scusa di cercarti un pannolino, andrò in giro per tutto il palazzo a bussare di porta in porta comunicando a tutti il lieto evento».
A me ancora non tornava proprio tutto del fatto che “signorina” e “pannolino” stavano nella stessa frase, e all’epoca non c’era manco internet, però avevo ben chiaro che avrei lavorato solo per guadagnare denaro da spendere in scorte infinite di assorbenti.
Insomma non mi aveva detto che sarei morta ma i giorni seguenti,  ogni volta che qualcuno del palazzo mi sorrideva, io mi sentivo comunque morire un po’, per la vergogna.
Mio padre, poi, ci mise il pezzo da novanta quando tornò con una borsetta rosso sangue e mille felicitazioni perché adesso ero una donna. Che a dodici anni era l’ultima cosa che volevo sentire da un uomo che non avrebbe esitato a sposare una bambina di tre. C’è voluto il mio primo figlio, vent’anni dopo, per capire che «sei una donna, adesso» era la frase
standard con cui mio padre usciva dall’impasse ogni volta che mi succedeva qualcosa.
Spero in una menopausa precoce solo per vedere come se la caverà quando gli comunicherò anche questa.

Piccoli suggerimenti di lettura:

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