Cambiare lavoro a quarant’anni: come è cambiata la mia vita.

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Novecentotrentadue sono i giorni della mia vita di cui mi sono privata, in cui ho ingoiato rospi grossi e amari (e sono anche vegetariana).

Novecentotrentadue sono i giorni in cui mi sono svegliata con il mal di pancia e nervosa per aver dormito male. Novecentotrentadue sono le colazioni frettolose che ho consumato, i risvegli senza sorriso e le volte in cui ho percorso la stessa strada all’andata e al ritorno a testa bassa, senza pensare a nulla.
Novecentotrentadue sono i giorni di lavoro che ho consumato a consumarmi in silenzio, mentre ragazzini sempre più giovani e più pagati di me entravano in sostituzione di maternità mai più reintegrate e abbandoni sul campo con tanto di sbattimento di porte.
Novecentotrentadue sono tre anni, e quando una se li ricorda in questo modo vuol dire che sta parlando di tre anni di merda, quella vera.

Non sono una hippie dal cuore contento, una di quelle a cui basta intingere i piedi nudi nell’erba di un prato per essere felice. Anzi, persone di questo tipo mi hanno sempre dato fastidio perché io non amo la semplicità, a me col cavolo che mi basta poco per sentirmi appagata. A me, la tiritera che i soldi portano solo guai non ha mai convinto, l’ho sempre creduta una strumentalizzazione dei ricchi per tenerci al guinzaglio anche nei desideri. Dunque sono stata da sempre una lavoratrice motivata e indirizzata alla carriera. Ho studiato con profitto, più che il passo ho tenuto il trotto e sono entrata proprio dove volevo entrare. Poi a un certo punto ho smesso.

No, grazie.

Questo ho detto ai soci quando mi hanno chiesto di fare uno scatto di carriera e diventare responsabile del reparto nel quale stavo lavorando da tre anni. L’hanno detto perché sono brava, io invece l’ho detto perché sono stufa. Di quelle facce appese, delle giornate lavorative che finivano alle undici di sera, degli sgambetti fra colleghi, dei buoni pasto con cui si pagavano gli stagisti, dei caffè schifosi che raschiano la gola, delle pause davanti alle stampanti e in generale di quello che ero diventata: una stronza apatica che parlava solo di lavoro.

Oggi sono un’insegnante, insegno quello che ho studiato: filosofia.

Insegno ai ragazzi che hanno bisogno di una mano per preparare un esame universitario e in una scuola privata, al liceo.
Ho solo tre cose da dirti:

  1. Se stai pensando di lasciare il tuo lavoro, vuol dire che sei arrivata al colmo. Di solito non è la prima cosa che viene in mente quando si è solo un po’ stressati.
  2. Smetti di reagire e comincia ad agire.
  3. A volte non avere un piano B è proprio il piano B.

Per quanto mi riguarda, ho imparato anche ad amare l’erba sotto i piedi nudi. Si può dire che sono felice?

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